L’immagine di una modella bruna che indossa un elegante cappottino in maglia di lana e una dicitura: «Albertina. Un filo di lana lungo sessanta anni»; così l’invito di Lorena Fiorini, presidente dell’associazione culturale Scrivi la tua storia, all’incontro, in occasione del quale è stato presentato anche il programma dell’associazione, tenutosi martedì 18 febbraio presso la sede romana della storica casa di moda Albertina, in via Lazio, 20. In fondo, anche quello della scrittura è un lungo filo, una sorta di ricamo su una superficie bianca, che con quello di Albertina si può annodare; allo stesso modo si possono annodare, nel segno della cultura, l’alta moda e la scrittura.

Lo scorso anno Scrivi la tua storia ha promosso un premio letterario, Donne tra ricordi e futuro, chiamando le donne a raccontare la propria esperienza, il proprio vissuto, la propria storia. Anche quella di Albertina è una storia al femminile, storia che ci è stata raccontata dalla nostra ospite, Maura, sorella di colei della quale la casa di moda porta il nome.

Abbiamo così appreso come quel «filo di lana lungo sessanta anni» nasca, paradossalmente, dall’ingarbugliata matassa del conservatorismo e del maschilismo italiani della prima metà del secolo scorso; la signorina Albertina Giubbolini, infatti, non amava lavorare a maglia: il suo sogno era quello di diventare medico. Ma era nata troppo presto, il 3 aprile 1921, a Colle Val d’Elsa, in provincia di Siena; fuori tempo e fuori luogo! La sua storia è quella di una donna che ha fatto di un limite un semplice, superabile, ostacolo; che è riuscita a rovesciare il negativo in positivo.

Iniziò nell’Italia del dopoguerra, allorché lavorare a maglia era una necessità; golf, calze… perché non un cappottino? Albertina ebbe l’idea e stupì tutti; di stupore in stupore, di passo in passo, arrivò a Firenze, a Palazzo Pitti, dove, raccontano le cronache, nel 1972 si distinse come la più sofisticata. Aveva raccolto la tradizione delle botteghe artigiane e lo aveva fatto sfruttando al meglio le possibilità offerte da un materiale in fondo povero; con le vecchie macchine da maglieria, ancora oggi usate nell’atelier, e con una straordinaria tecnica di lavorazione, aveva fatto di quel filo un tessuto, creando punti maglia, definiti dal New York Tecnology Museum bassorilievi.

La prima di quelle macchine è oggi esposta, insieme a dodici modelli di Albertina, a New York, presso il Metropolitan Museum of Art-Costume Institute.

Colei che è stata definita la Coco Chanel del tricot, ha esportato i propri modelli in tutto il mondo, ha vestito donne come Gloria Swanson, Audrey Hepburn, Liv Ullmann; anche alcune di noi martedì pomeriggio hanno potuto provare, grazie alla gentilezza della signora Maura, alcuni di quei capi che, vi assicuro, una volta indossati non si vorrebbero più lasciare!

 

 

Mirella Saulini